Il senso della supremazia bianca Sparare nei luoghi di culto dei Sikh *

Il senso della supremazia bianca

REDAZIONE 12 AGOSTO 2012 0

Il senso della supremazia bianca

Sparare nei luoghi di culto dei Sikh *

 

Di Vijay Prashad

10 agosto 2012

 

Ieri mattina il comportamento folle di un uomo armato solo si è impadronita di Oak Creek, Wisconsin, una città della zona di Milwaukee. L’uomo ha  preso di mira un Gurdwara, il luogo di culto della locale comunità Sikh. L’uomo è entrato nel Gurdwara, e come se volesse  mimare le sparatorie avvenute nelle scuole degli Stati Uniti, ha molestato i fedeli che erano riuniti nelle sale del “Tempio Sikh del Wisconsin”, grande circa 1.580mq. La polizia  ha affrontato  l’uomo armato che ha ferito almeno un ufficiale. L’uomo ha ucciso almeno 7 Sikh e ne ha feriti molti di più ed è stato poi ucciso. Poche ore dopo la sparatoria Ven Bob Ri, un membro del comitato del Gurdawara, ha detto al Milwaukee Journal-Sentinel, “E’ molto probabile che sia un crimine dettato dall’odio. Non è uno di qui.”

La polizia locale ha detto, intelligentemente, che è un atto di terrorismo interno. L’FBI è stata d’accordo.

Questo non è il primo atto di violenza contro i Sikh  negli Stati Uniti.

La storia inizia nel 19° secolo, quando i Sikh emigrarono negli Stati Uniti, fuggendo dal colonialismo britannico, in cerca di pascoli remoti. Molti sbarcarono sulla costa occidentale degli Stati Uniti e lavoravano insieme ai Giapponesi, i Messicani e i Filippini per far diventare la California una produttrice di frutta e l’Oregon e lo stato di Washington, importanti produttori di legname. Non furono però accolti bene. Tumulti a Bellingham  (stato di Washington) nel 1907 e a Live Oak, in California, nel 1908,  prendevano di mira “le teste con gli stracci”, cioè i Sikh che normalmente avevano il turbante. La folla “prendeva d’assalto le residenza improvvisate degli Indiani, prendeva a sassate i lavoratori indiani e riusciva a fare in modo  che la polizia locale non intervenisse.” Il quotidiano Bellingham Morning Reveille ha pubblicato un disegno di un uomo “sikh” con la didascalia, “Questo è il genere di uomini cacciati dalla città in seguito alla dimostrazione di ieri sera organizzata da 500 uomini e ragazzi.” Era un marchio di orgoglio aver ripulito la città dai Sikh.

I Sikh non gliela hanno fatta passare. Dieci anni dopo, un Sikh  si vantava, “Di solito andavo ogni sabato a Maryville. Un giorno un ghora [un uomo bianco] è uscito da un bar e mi ha fatto segno, dicendomi. ‘Vieni qui, schiavo!’ Gli ho risposto che non ero uno schiavo. Mi ha detto che la sua razza governava l’India, io l’ho colpito e sono  scappato via di corsa.”

La violenza conto i Sikh non appartiene soltanto alla prima parte del 20° secolo. E’ riapparsa un secolo dopo, quando, dopo l’11 settembre gli uomini e le donne Sikh sono stati presi di mira ancora una volta per il loro turbante e per il velo. (che però non copre il volto, vedi http://www.sikhismo.com/scheda.asp?idprod=21&idpadrerif=13, n.d.t.).

Dato che Osama bin Laden portava il turbante, è stato questo copricapo che ha attirato i razzisti verso i Sikh. Come osservo nel mio libro,,Uncle Swami [Zio Swami], nella prima settimana dopo l’11 settembre, si sono verificati 645 attacchi causati da pregiudizi razziali contro i Sikh,  un numero sproporzionatamente grande. La dichiarazione sulle sparatorie di  Oak Creek che arrivavano dal gruppo militante SAALT (South Asian Americans Leading Together – è un’organizzazione indipendente, senza scopi di lucro che eleva le voci e le prospettive di individui e organizzazioni dell’Asia Meridionale  è costruire una società  più giusta e accogliente negli Stati Uniti, n.d.t.), hanno stabilito  la differenza tra la violenza seguita all’11 settembre e questo attacco: “Mentre stanno emergendo ancora dei fatti, questo evento serve per ricordarci  delle tragica violenza avvenuta sotto forma di crimini causati dall’odio che i Sikh e molti membri della comunità dell’Asia meridionale hanno sopportato fino dall’11 settembre 2001.”

Due rapide reazioni alla violenza di Oak Creek  hanno fatto drizzare i capelli ad alcuni degli organizzatori che fanno parte della  comunità Americana-Sud asiatica:

Questo è stato un atto di violenza senza senso. “No”, ha detto la signora  Rinku Sen, editore della rivistaColorlines. Questo atto non è “senza senso”, ha osservato, ma “razzista”. Questa è la  cinquantasettesima  massiccia sparatoria negli ultimi 30 anni negli Stati Uniti. Ognuna è stata considerata come opera di una persona fuori di testa. Gli schemi  sono da evitare. Fattori strutturali come la prevalenza di fucili e la mancanza di assistenza sociale per le persone con disturbi mentali, dovrebbero naturalmente fare parte del quadro. Anche però la preponderanza di odio accettato dalla società contro coloro che sono considerati estranei. Opinioni rispettabili dal punto di vista intellettuale su chi è un Americano, (espresse, per esempio, da Sam Huntington, in Who are We?The Challenge to National Identity [Chi siamo noi? La sfida all’identità nazionale] si affiancano al razzismo occasionale dei politici (la recente indicazione di Romney che gli Stati Uniti e il Regno Unito sono “parte dell’eredità anglo-sassone”, ha cancellato con un colpo di frusta la diversità tra Stati Uniti e Gran Bretagna). Gli attacchi razzisti sono autorizzati da una cultura politica che ci permette di pensare in termini da nativi, che ci permette di deplorare il fatto che l’America stia diventando “più scura”. Il Dipartimento per il Censimento stima che nel 2034 gli Stati Uniti avranno una popolazione in maggioranza non bianca. Dato che la classe politica non è disposta a invertire la tendenza della crescita dei disoccupati e del potere delle grosse imprese, i politici bollano gli estraneicome la causa del problema della povertà e dello sfruttamento. Questa stigmatizzazione, come sostiene Moishe Postone, oscura “il ruolo avuto dal capitalismo nel riprodurre il dolore.” E’  di gran lunga più facile permettere che i Sikh e i Latino -Americani, i Musulmani e gli Africani sopportino il costo sociale della  disperazione  economica e della incapacità  politica piuttosto che concentrarsi sul  vero problema: le strutture che avvantaggiano l’1% e permettono loro di vivere nel lusso del  Ricchistan.

I Sikh non sono musulmani. Il secondo argomento, oramai stereotipato, è portare avanti l’idea che questa è violenza che sbaglia destinazione. I Sikh non hanno fatto nulla di sbagliato, amano la pace ecc. Questo fa supporre che  ci siano persone che hanno  fatto davvero qualche cosa di sbagliato, che sono guerrafondai e che quindi devono essere pesi di mira. Il gesto liberale dell’innocenza ha in sé il bordo tagliente dell’islamofobia. Sembra indicare che i Musulmani sono coloro che dovrebbero sopportare questa violenza, dal momento che persone del loro genere hanno compiuto gli attacchi dell’11 settembre e tutti i due miliardi di loro sono in guerra con gli Stati Uniti. L’attacco ai Sikh non è un attacco fatto per sbaglio. I Sikh non vengono scambiati per Musulmani, ma sono considerati come parte della comunità di estraneiche sono, come Patrick Buchanan dice in: States of Emergency: The Third World Invasion and Conquest of America  [Stati di emergenza: l’invasione del terzo mondo e la conquista dell’America], “una quinta colonna dentro la pancia della bestia…Se l’America dovesse perdere il suo nocciolo etnico-culturale e diventare una nazione fatta di nazioni, L’America non sopravvivrebbe.” Il governatore del Wisconsin, Scott Walker, non è lontano da questa posizione essendo un sostenitore della legislazione disumana dell’Arizona. La Coalizione Sikh, un gruppo contro i pregiudizi, è assolutamente consapevole che questa non è soltanto una situazione di errore di persona. Nel suo rapporto del 2008,  Making Our Voices Heard, (Facciamo sentire le nostre voci) la Coalizione osserva che, anche se non è vero che i Sikh fanno parte dei talebani  e non sono cloni di Bin Laden, è questa continua identificazione che ha ormai “creato un ambiente dove i Sikh sono regolarmente oggetto di violenza e maltrattamenti sia da parte di personaggi  privati che, talvolta, pubblici.”

Si è saputo, ed incredibile, che il 41% dei Sikh di New York sono chiamati con nomi offensivi, che metà dei bambini Sikh sono presi in giro o tormentati a causa della loro identità Sikh e che il 100$ dei Sikh riferiscono  di aver dovuto sopportare  più di un’ ispezione in alcuni aeroporti degli Stati Uniti.

Sapreet Kaur, della Coalizione Sikh, ci ha presentato la sua interpretazione della situazione, “Ci sono state numerose sparatorie causate dall’odio, all’interno della comunità Sikh in anni recenti e l’impulso naturale della nostra comunità è, sfortunatamente di supporre la stessa cosa in questo caso.”

http://it.wikipedia.org/wiki/Sikhismo

 

Vijay Prashad è autore del libro: Uncle Swami: South Asians in America Today [Zio Swami: gli Asiatici dell’Asia meridionale in America oggi] (New Press, 2012].

 

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

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